

Jeff Halper:
"Lentamente, silenziosamente, senza clamori, senza conferenze stampa, attraverso una "sommessa diplomazia al femminile" l'afroamericana Rice e la Livni, approntano l'apartheid per i palestinesi, apartheid che si basa principalmente su due concetti forti: separazione e dominazione".
[da ettore] ricevo e inoltro - parte 2
NB: alla fine del testo vengono elencate delle considerazioni e proposte davvero interessanti di Jeff Halper, segnalate in rosso
Secondo giorno di conferenza a Bil'in. (19 aprile 2007)
Il secondo giorno di conferenza si apre con una sessione sugli aspetti
economici dell'occupazione, ne parlano Muhammad Shtaye che insegna
economia alla Birzeit University di Ramallah e Sam Bahour, uomo
d'affari palestinese con cittadinanza americana, tra gli animatori
della campagna per il diritto di ingresso in Palestina ed Israele.
Il professor Shtaye durante il suo intervento fornisce alcune cifre
sulle conseguenze di 40 anni di occupazione sull'economia palestinese.
Il 64% delle esportazioni palestinesi verso l'estero passa attraverso
lo stato di Israele, il quale ovviamente impone dazi sulle merci
esportate, sul fronte delle importazioni il quadro e' ancora piu'
disastroso: l'80% dei prodotti importati nei territori palestinesi
occupati proviene da Israele o passa attraverso il territorio
israeliano, i territori occupati sono il principale mercato "estero"
di Israele. Anche le rimesse in denaro che i palestinesi all'estero
mandano in Palestina transitano e sono tassate da Isarele; dal gennaio
del 2006, dopo l'elezione del governo di Hamas circa 800 milioni di
dollari di rimesse dall'estero sono congelate nelle banche israeliane,
a questo si aggiunge il blocco dei fondi da parte dell'Unione Europea
e degli Usa, aiuti senza i quali la fragile economia dei territori
occupati sta collassando.
La palestina occupata non e' un paese in via di sviluppo, e' un paese
ricco di risorse, di competenze e di opportunita' di lavoro, solo il
patrimonio archeologico e i siti di interesse turistico e religioso
(pensiamo a Bethlemme o anche a Gericho) potrebbero sostenere gran
parte dell'economia dei 3.500.000 palestinesi che vivono nei territori
occupati, per non parlare del commercio e dell'agricoltura.
Invece l'isolamento e le chiusure imposte dall'inizio della seconda
intifada hanno prodotto, per la prima volta nella storia recente
questo popolo una crisi economica ed umanitaria di vaste proporzioni.
L'economia palestinese e' quasi totalmente dipendente da Israele che
ne controlla le risorse primarie (acqua, elettricita'), i confini e le
vie di comunicazione, escludendola di fatto dal mercato arabo
circostante.
Il reddito medio annuo pro capite in Israele e' di 17.000$, quello
palestinse di 800$, e piu' del 50% dei palestinesi vive al di sotto
della soglia di poverta'.
Queste indicazioni vengono riprese anche nella relazione di Sam Bahour
nella quale si interroga su come sia possibile integrare la l'economia
palestinese nella globalizzazione economica guidata dagli USA che sono
tra i maggiori finanziatori dello stato di Israele e tra i promotori
del boicottaggio dell'Autorita' Nazionale Palestinese. E' questo
l'unico caso che si ricordi nella storia contemporanea in cui si
sanziona il popolo occupato e si premia la potenza occupante.
Secondo Bahour il "cordone ombelicale" che lega l'economia palestinese
a quella israeliana si e' inspessito dopo gli accordi di Oslo del
1992.
Bahour ritorna sul tema dello sfruttamento delle risorse: le fonti
idriche del territorio di Palestina e Israele sono per la maggior
parte localizzate nei territori palestinesi occupati (e nel Golan
siriano, anch'esso occupato da Israele), ma la distribuzione
dell'acqua e' controllata da Israele che la rivende ai palestinesi, lo
stesso discorso vale per l'elettricita' e le reti di
telecomunicazione, ogni telefonata in arrivo o in uscita sulla rete
telefonica fissa o mobile palestinese passa per Israele che in questo
modo ha anche facile accesso alle conversazioni.
Nonostante quanto detto ci sono settori dell'economia palestinesi
potenzialmente in crescita, che potrebbero costituire il cuore della
sua ripresa economica, ma vanno sostenute e soprattuto bisogna
battersi affinche' abbiano uno sviluppo autonomo dall'economia
israeliana.
"Convergence Plan": Israele, gli USA e l'apartheid
Jeff Halper e' un israeliano di origini americane, e' stato il
fondatore dell'ICHAD (comitato israeliano contro la demolizione delle
case palestinesi).
Il suo intervento e' centrato sull'idea che quella che Israele sta
costruendo qui e' una forma di apartheid. Apartheid, afferma Halper,
e' solo una parola, ma rappresenta un modello un modello di
dominazione coloniale slegato dal contesto locale, il contesto della
Palestina occupata e' di sicuro diverso da quello sudafricano (un tesi
difesa nei mesi passati anche da Uri Avnery) ma il modello puo'
tranquillamente essere applicato anche qui, ed e' quello che il
governo israeliano sta facendo.
Per l'opinione pubblica israeliana non e' tanto importante la pace, ma
la "quiete", una giusta soluzione per i palestinesi e' opzionale, la
cosa veramente importante e' che niente turbi la vita degli
israeliani, in questo senso la divisione dei territori palestinesi in
"bantustan" dovrebbe garantire una separazione tra i due popoli.
Halper riprende e amplia le sue tesi sulla "matrice del controllo":
Israele si sta creando due confini orientali, uno "demografico"
disegnato dal tracciato del muro tra Israele e i territori palestinesi
occupati (che sono appunto ad est della linea verde, linea che
dovrebbe tracciare il confine dello stato di Israele), e uno "di
sicurezza" nella valle del fiume Giordano che confina ad est con la
Giordania. In questo modo i territori abitati da una maggioranza
palestinese (o meglio quello che rimane) saranno schiacciati, ad ovest
dal muro, e ad est dalla fascia di sicurezza controllata da Israele
che li divide dalla Giordania.
Se a questo si aggiungono i due grandi agglomerati di colonie di Maale
Adumim al centro e di Ariel nel nord che tagliano i territori
palestinesi in modo ortogonale rispetto al muro, e' evidente che il
risultato saranno delle "riserve" densamente abitate da palestinesi,
riserve, bantustan, che non avranno nessun collegamento tra loro...per
non parlare della striscia di Gaza che dista svariati kilometri dai
territori occupati della West Bank. In termini territoriali ai
palestinesi resterebbe la striscia di Gaza e il 15% dei territori
occupati della West Bank.
Niente accade a caso, Israele guarda sempre lontano, la realta' che
osserviamo oggi sul terreno e' il risultato di una strategia
cominciata decenni fa'.
Prima ancora che esistesse lo stato di Israele, Ze'ev Vladimir
Jabotinsky (uno dei padri della destra sionista) agli inizi del secolo
scorso gia' parlava della necessita' di erigere un "muro di ferro" tra
gli ebrei e gli arabi in Palestina, nel 1977 Sharon proponeva di
richiudere i palestinesi in "cantoni", nel 1999 Ehud Barak vince le
elezioni con lo slogan "noi qui, loro li'", nel maggio del 2006
l'attuale primo ministro Olmert presenta al congresso degli Stati
Uniti d'America -notate bene, afferma Halper, al congresso USA non al
parlamento Israeliano- il "Convergence Plan" (piano di convergenza)
che prevede il completamento del muro, lo smantellamento delle (poche)
colonie israeliane che rimarrebbero' ad est del muro e la creazione di
una specie di stato-arcipelago palestinese, senza nessun collegamento
con i paesi confinanti.
La riposta di Bush e Blair al piano di convergenza e' che bisogna
attuarlo non in modo unilaterale (come il disimpegno da Gaza) ma
seguendo la "Road Map" che prevede un percorso negoziale con i
palestinesi.
In pratica, continua Halper, gli hanno chiesto di fingere una
trattativa con l'Autorita' Nazionale Palestinese per almeno un anno
prima di applicare il suo piano...e infatti nell'ultimo anno, almeno
una volta al mese Condoleeza Rice e' venuta ad incontrare la sua
omologa, la ministra degli esteri israeliana Tzipi Livni, per
"cucinare lentamente" l'apartheid per i palestinesi.
Lentamente, silenziosamente, senza clamori, senza conferenze stampa,
attraverso una "sommessa diplomazia al femminile" l'afroamericana Rice
e la Livni, approntano l'apartheid per i palestinesi, apartheid che si
basa principalmente su due concetti forti: separazione e dominazione.
Il governo israeliano non sta costruendo una democrazia in questo
paese, ma una "etnocrazia". L'idea di uno stato etnico nel 2000 e'
fuori dalla storia e fuori dalla realta' possibile.
Jeff Halper non ha dubbi sulla necessita' di lanciare immediatamente
una campagna internazionale anti-apartheid. Bisogna che le leadership
politiche, religiose e sociali della comunita' internazionale vengano
qui a vedere con i loro occhi quello che sta succedendo, trascorrere
anche solo pochi giorni nei territori occupati aiuterebbe a
"re-incorniciare" la questione palestinese-israeliana e ha sfatare dei
miti.
Tre su tutti:
1- Israele e' il soggetto piu' forte, non la vittima come si tende a credere.
2- Israele e' il terzo esportatore di armi al mondo dopo gli USA e la
Russia, non e' debole ma armato ed aggressivo.
3- L'occupazione dei territori palestinesi non ha uno scopo difensivo,
la costruzione di 300 colonie nei territori occupati e di un muro che
le circonda rubando terra ai palestinesi non ha niente a che vedere
con esigenze difensive, quella delle colonie e' una politica di
espansione ed annessione.
Infine, rispondendo ad una domanda del pubblico Jeff Hapler propone la
sua visione per il futuro di quest'area:
non due stati, neanche uno, ma una confederazione regionale che
comprenda Palestina, Israele, Siria, Libano e Giordania, una specie di
"Unione Mediorientale" sul modello dell'Unione Europea.
Halper e' convinto che questa sia l'unica soluzione possibile nel lungo periodo,
e pensa che l'Unione Europea che ha intrapreso da anni un percorso
simile possa e debba mettere a disposizione le sue competenze in
merito.
Ettore Acocella
Associazione per la Pace
Coordinamento per una presenza civile di pace in Palestina ed Israele
Per ulteriori informazioni:
Comitato popolare del villaggio di Bil'in (http://www.bilin-village.org)
Palestine times (http://www.times.ps)
Haaretz (http://www.haaretz.com)
International Solidarity Movement (http://www.palsolidarity.org)
Ma'an News Agency (http://www.maannews.net/en)
khalas a Bil'in (1/7/2005)








