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mercoledì, 25 aprile 2007

Jeff Halper:

"Lentamente, silenziosamente, senza clamori, senza conferenze stampa, attraverso una "sommessa diplomazia al femminile" l'afroamericana Rice e la Livni, approntano l'apartheid per i palestinesi, apartheid che si basa principalmente su due concetti forti: separazione e dominazione".

[da ettore] ricevo e inoltro - parte 2

(qui la prima parte)

NB: alla fine del testo vengono elencate delle considerazioni e proposte davvero interessanti di Jeff Halper, segnalate in rosso

Secondo giorno di conferenza a Bil'in. (19 aprile 2007)

Il secondo giorno di conferenza si apre con una sessione sugli aspetti
economici dell'occupazione, ne parlano Muhammad Shtaye che insegna
economia alla Birzeit University di Ramallah e Sam Bahour, uomo
d'affari palestinese con cittadinanza americana, tra gli animatori
della campagna per il diritto di ingresso in Palestina ed Israele.

Il professor Shtaye durante il suo intervento fornisce alcune cifre
sulle conseguenze di 40 anni di occupazione sull'economia palestinese.
Il 64% delle esportazioni palestinesi verso l'estero passa attraverso
lo stato di Israele, il quale ovviamente impone dazi sulle merci
esportate, sul fronte delle importazioni il quadro e' ancora piu'
disastroso: l'80% dei prodotti importati nei territori palestinesi
occupati proviene da Israele o passa attraverso il territorio
israeliano, i territori occupati sono il principale mercato "estero"
di Israele. Anche le rimesse in denaro che i palestinesi all'estero
mandano in Palestina transitano e sono tassate da Isarele; dal gennaio
del 2006, dopo l'elezione del governo di Hamas circa 800 milioni di
dollari di rimesse dall'estero sono congelate nelle banche israeliane,
a questo si aggiunge il blocco dei fondi da parte dell'Unione Europea
e degli Usa, aiuti senza i quali la fragile economia dei territori
occupati sta collassando.
La palestina occupata non e' un paese in via di sviluppo, e' un paese
ricco di risorse, di competenze e di opportunita' di lavoro, solo il
patrimonio archeologico e i siti di interesse turistico e religioso
(pensiamo a Bethlemme o anche a Gericho) potrebbero sostenere gran
parte dell'economia dei 3.500.000 palestinesi che vivono nei territori
occupati, per non parlare del commercio e dell'agricoltura.
Invece l'isolamento e le chiusure imposte dall'inizio della seconda
intifada hanno prodotto, per la prima volta nella storia recente
questo popolo una crisi economica ed umanitaria di vaste proporzioni.
L'economia palestinese e' quasi totalmente dipendente da Israele che
ne controlla le risorse primarie (acqua, elettricita'), i confini e le
vie di comunicazione, escludendola di fatto dal mercato arabo
circostante.
Il reddito medio annuo pro capite in Israele e' di 17.000$, quello
palestinse di 800$, e piu' del 50% dei palestinesi vive al di sotto
della soglia di poverta'.

Queste indicazioni vengono riprese anche nella relazione di Sam Bahour
nella quale si interroga su come sia possibile integrare la l'economia
palestinese nella globalizzazione economica guidata dagli USA che sono
tra i maggiori finanziatori dello stato di Israele e tra i promotori
del boicottaggio dell'Autorita' Nazionale Palestinese. E' questo
l'unico caso che si ricordi nella storia contemporanea in cui si
sanziona il popolo occupato e si premia la potenza occupante.
Secondo Bahour il "cordone ombelicale" che lega l'economia palestinese
a quella israeliana si e' inspessito dopo gli accordi di Oslo del
1992.
Bahour ritorna sul tema dello sfruttamento delle risorse: le fonti
idriche del territorio di Palestina e Israele sono per la maggior
parte localizzate nei territori palestinesi occupati (e nel Golan
siriano, anch'esso occupato da Israele), ma la distribuzione
dell'acqua e' controllata da Israele che la rivende ai palestinesi, lo
stesso discorso vale per l'elettricita' e le reti di
telecomunicazione, ogni telefonata in arrivo o in uscita sulla rete
telefonica fissa o mobile palestinese passa per Israele che in questo
modo ha anche facile accesso alle conversazioni.
Nonostante quanto detto ci sono settori dell'economia palestinesi
potenzialmente in crescita, che potrebbero costituire il cuore della
sua ripresa economica, ma vanno sostenute e soprattuto bisogna
battersi affinche' abbiano uno sviluppo autonomo dall'economia
israeliana.

"Convergence Plan": Israele,  gli USA e l'apartheid

Jeff Halper e' un israeliano di origini americane, e' stato il
fondatore dell'ICHAD (comitato israeliano contro la demolizione delle
case palestinesi).
Il suo intervento e' centrato sull'idea che quella che Israele sta
costruendo qui e' una forma di apartheid. Apartheid, afferma Halper,
e' solo una parola, ma rappresenta un modello un modello di
dominazione coloniale slegato dal contesto locale, il contesto della
Palestina occupata e' di sicuro diverso da quello sudafricano (un tesi
difesa nei mesi passati anche da Uri Avnery) ma il modello puo'
tranquillamente essere applicato anche qui, ed e' quello che il
governo israeliano sta facendo.
Per l'opinione pubblica israeliana non e' tanto importante la pace, ma
la "quiete", una giusta soluzione per i palestinesi e' opzionale, la
cosa veramente importante e' che niente turbi la vita degli
israeliani, in questo senso la divisione dei territori palestinesi in
"bantustan" dovrebbe garantire una separazione tra i due popoli.
Halper riprende e amplia le sue tesi sulla "matrice del controllo":
Israele si sta creando due confini orientali, uno "demografico"
disegnato dal tracciato del muro tra Israele e i territori palestinesi
occupati (che sono appunto ad est della linea verde, linea che
dovrebbe tracciare il confine dello stato di Israele), e uno "di
sicurezza" nella valle del fiume Giordano che confina ad est con la
Giordania. In questo modo i territori abitati da una maggioranza
palestinese (o meglio quello che rimane) saranno schiacciati, ad ovest
dal muro, e ad est dalla fascia di sicurezza controllata da Israele
che li divide dalla Giordania.
Se a questo si aggiungono i due grandi agglomerati di colonie di Maale
Adumim al centro e di Ariel nel nord che tagliano i territori
palestinesi in modo ortogonale rispetto al muro, e' evidente che il
risultato saranno delle "riserve" densamente abitate da palestinesi,
riserve, bantustan, che non avranno nessun collegamento tra loro...per
non parlare della striscia di Gaza che dista svariati kilometri dai
territori occupati della West Bank. In termini territoriali ai
palestinesi resterebbe la striscia di Gaza e il 15% dei territori
occupati della West Bank.
Niente accade a caso, Israele guarda sempre lontano, la realta' che
osserviamo oggi sul terreno e' il risultato di una strategia
cominciata decenni fa'.
Prima ancora che esistesse lo stato di Israele, Ze'ev Vladimir
Jabotinsky (uno dei padri della destra sionista) agli inizi del secolo
scorso gia' parlava della necessita' di erigere un "muro di ferro" tra
gli ebrei e gli arabi in Palestina, nel 1977 Sharon proponeva di
richiudere i palestinesi in "cantoni", nel 1999 Ehud Barak vince le
elezioni con lo slogan "noi qui, loro li'", nel maggio del 2006
l'attuale primo ministro Olmert presenta al congresso degli Stati
Uniti d'America -notate bene, afferma Halper, al congresso USA  non al
parlamento Israeliano- il "Convergence Plan" (piano di convergenza)
che prevede il completamento del muro, lo smantellamento delle (poche)
colonie israeliane che rimarrebbero' ad est del muro e la creazione di
una specie di stato-arcipelago palestinese, senza nessun collegamento
con i paesi confinanti.
La riposta di Bush e Blair al piano di convergenza e' che bisogna
attuarlo non in modo unilaterale (come il disimpegno da Gaza) ma
seguendo la "Road Map" che prevede un percorso negoziale con i
palestinesi.
In pratica, continua Halper, gli hanno chiesto di fingere una
trattativa con l'Autorita' Nazionale Palestinese per almeno un anno
prima di applicare il suo piano...e infatti nell'ultimo anno, almeno
una volta al mese Condoleeza Rice e' venuta ad incontrare la sua
omologa, la ministra degli esteri israeliana Tzipi Livni, per
"cucinare lentamente" l'apartheid per i palestinesi.
Lentamente, silenziosamente, senza clamori, senza conferenze stampa,
attraverso una "sommessa diplomazia al femminile" l'afroamericana Rice
e la Livni, approntano l'apartheid per i palestinesi, apartheid che si
basa principalmente su due concetti forti: separazione e dominazione.
Il governo israeliano non sta costruendo una democrazia in questo
paese, ma una "etnocrazia".
L'idea di uno stato etnico nel 2000 e'
fuori dalla storia e fuori dalla realta' possibile.
Jeff Halper non ha dubbi sulla necessita' di lanciare immediatamente
una campagna internazionale anti-apartheid. Bisogna che le leadership
politiche, religiose e sociali della comunita' internazionale vengano
qui a vedere con i loro occhi quello che sta succedendo, trascorrere
anche solo pochi giorni nei territori occupati aiuterebbe a
"re-incorniciare" la questione palestinese-israeliana e ha sfatare dei
miti.
Tre su tutti:

1- Israele e' il soggetto piu' forte, non la vittima come si tende a credere.

2- Israele e' il terzo esportatore di armi al mondo dopo gli USA e la
Russia, non e' debole ma armato ed aggressivo.

3- L'occupazione dei territori palestinesi non ha uno scopo difensivo,
la costruzione di 300 colonie nei territori occupati e di un muro che
le circonda rubando terra ai palestinesi non ha niente a che vedere
con esigenze difensive, quella delle colonie e' una politica di
espansione ed annessione.

Infine, rispondendo ad una domanda del pubblico Jeff Hapler propone la
sua visione per il futuro di quest'area:

non due stati, neanche uno, ma una confederazione regionale che
comprenda Palestina, Israele, Siria, Libano e Giordania, una specie di
"Unione Mediorientale" sul modello dell'Unione Europea
.

Halper e' convinto che questa sia l'unica soluzione possibile nel lungo periodo,
e pensa che l'Unione Europea che ha intrapreso da anni un percorso
simile possa e debba mettere a disposizione le sue competenze in
merito.

Ettore Acocella
Associazione per la Pace
Coordinamento per una presenza civile di pace in Palestina ed Israele

Per ulteriori informazioni:
Comitato popolare del villaggio di Bil'in (http://www.bilin-village.org)
Palestine times (http://www.times.ps)
Haaretz (http://www.haaretz.com)
International Solidarity Movement (http://www.palsolidarity.org)
Ma'an News Agency (http://www.maannews.net/en)

khalas a Bil'in (1/7/2005)


Conferenza Bi'lin, terza parte e conclusioni Il pomeriggio del 19 aprile, dopo l'intervento di Jeff Halper i partecipanti si sono divisi tra i 12 workshop previsti, poi ci sono state delle riunioni tra i gruppi provenienti dallo stesso paese, e alla fine il traning dell'International Solidarity Movemenet sulle tecniche di resistenza non-violenta, in previsione della manifestazione del giorno dopo. Io ho partecipato al workshop organizzato dalla "Coalizione contro l'occupazione", un coordinamento di organizzazioni israeliane e palestinesi. Nel workshop si e' discusso della lotta congiunta contro l'occupazione tra israeliani e palestinesi. Un'argomento delicato, e infatti non e' filato tutto liscio... Alcuni palestinesi presenti e anche un'attivista israeliana hanno sollevato dubbi e perplessita' sull'utilita' e sulle reali possibilita' di interazione tra i due popoli. A me sono tornate in mente le parole di Amira Hass sul rischio che queste iniziative possano diventare una forma di "normalizzazione". L'attivista israeliana ha dichiarato senza mezzi termini che la sua presenza alle manifestazioni contro il muro a Bil'in si limita a rispondere ad una richiesta fatta dai palestinesi di stare in prima fila durante le manifestazioni, in modo da creare una zona cuscinetto di attivisti israeliani tra l'esercito e i palestinesi, tutto qui, nessuna progettualita' o strategia di lotta comune. Una posizione legittima, a mio parere priva di strategia politica; il muro e' ovunque, ed ovunque ci sono manifestazioni e occasioni di contatto/scontro tra l'esercito israeliano e i palestinesi, non e' possibile essere presenti sempre e dappertutto. E bisogna anche dire che l'interposizione degli israeliani non sempre dissuade l'esercito da forme di repressione piu' o meno violenta (certo per gli arrestati fa' una grande differenza essere cittadini israeliani o dei territori palestinesi occupati). Alcuni dei palestinesi e delle palestinesi presenti affermavano di non riuscire a fidarsi completamente degli israeliani. Nella loro percezione gli israeliani sono quelli che gli hanno rubato la terra nel 1948, quelli che ora abitano le loro case, mentre i profughi palestinesi vivono nei campi. Gli israeliani sono quelli che da anni votano governi che continuano con la costruzione del muro, che ordinano incursioni militari con carri armati ed elicotteri contro i civili palestinesi, gli israeliani sono quelli che li umiliano ogni giorno ai check point... Per noi occidentali, non-violenza significa anche capacita' di discernimento, significa riuscire a distinguere, ad evidenziare le differenze, siamo tutti convinti che non tutti gli israeliani siano responsabili delle azioni del proprio governo, conosciamo ed apprezziamo molti israeliani che da anni si battono per rendere giustizia ai palestinesi, spesso pagando un prezzo molto alto in termini di isolamento ed emarginazione all'interno della propria comunita', rischiando anche la galera. Ma noi non viviamo in campo profughi, non vediamo ogni sera le jeep dell'esercito entrare in citta' ad arrestare o uccidere qualcuno dei nostri figli o dei nostri amici, noi non impieghiamo ore per raggiungere la nostra scuola o il nostro posto di lavoro che dista pochi kilometri da casa. Apartheid significa separazione e dominazione. L'apartheid e' una strategia quella si, accurata e omnicomprensiva, di creazione del nemico, dell'"altro", del diverso. Le azioni congiunte tra palestinesi e israeliani contribuiscono a ricostruire quella fiducia tra i due popoli che negli ultimi 15 anni si e' persa, per questo vanno appoggiate e diffuse, ma non illudiamoci che sia facile ne scontato. Una cosa e' certa, non saranno le manifestazioni a far terminare l'occupazione, e non ci si puo' limitare solo a quelle, e' necessaria una lotta su vasta scala che coinvolga non solo palestinesi e israeliani, ma anche tutta la comunita' internazionale, questo e' il mio punto di vista. Manifestazione contro il muro. Venerdi' 20 aprile c'e' stata la tradizionale manifestazione contro il muro. Gia durante la mattina un piccolo gruppo era andato nei pressi del muro (che a Bil'in come in tutte le zone rurali non e' un muro concreto di cemento ma una barriera metallica elettrificata) con il ministro dell'informazione Moustapha Barghouti che ha tenuto li' una conferenza stampa. In questo gruppo c'era Tito Kayak, un attivista portoricano che approfittando della distrazione dei soldati israeliani ha aggirato la barriera metallica e si e' arrampicato su di una torretta d'osservazione israeliana alta 100 mt ed ha issato un'enorme bandiera palestinese. Tito e' rimasto sulla torretta fino a sera. Durante la manifestazione del pomeriggio lui e la sua bandiera hanno ricordato a tutto noi, all'esercito israeliano e a quella parte di mondo che guardava attraverso le tante telecamere presenti che quella terra e' terra palestinese, illegalmente sottratta e utilizzata come zona di espansione per la vicina colonia. Il piccolo gruppo e' rimasto li, bloccato tra il muro e le jeep dell'esercito che lo separavano dal resto del corteo. Noi siamo partiti dal villaggio con il grosso del corteo (circa 300 persone) nel primo pomeriggio, subito dopo la preghiera del venerdi'. La strada in discesa che porta dal villaggio al muro e' lunga circa un kilometro, dopo i primi 300 metri sono cominciati a piovere i lacrimogeni, il corteo si e' spezzato in due parti, che poi si sono riunite; il balletto dei lacrimogeni, dell'avanzare ed arretrare e' andato avanti per un paio di ore. Intanto alcuni del gruppo nei pressi del muro e altri che partivano dal corteo principale ogni tanto provavano ad avvicinarsi al muro passando fra gli ulivi, appena arrivati nei pressi della recinzione venivano respinti dai proiettili di "gomma" (in realta' sono delle biglie di ferro rivestite di gomma) dei soldati che si trovavano al di la'. La premio nobel per la pace Mairead Maguire e' stata tra le prime ad essere colpita ad una gamba, altri e altre la seguiranno, alla fine della manifestazione si conteranno una decina di feriti lievi (pallottole di gomma, intossicazione da lacrimogeni, manganellate) e uno piu' grave, l'unico ricoverato, che e' caduto battendo la testa mentre scappava da una carica. Dopo ore di questo continuo andare e venire, grazie anche alla trattativa del neo-ministro Barghouti i due spezzoni del corteo si sono riuniti e sono riusciti ad arrivare abbastanza vicino al muro, a sedersi per qualche minuto di fronte al cordone dell'esercito intonando slogan e applaudendo verso Tito Kayak ancora li' con la sua bandiera (Tito verra' arrestato in serata, passera' tre giorni in prigione e verra' espulso con il divieto di rientro in Israele per 5 anni). Conclusioni. Bil'in e' una strada, anzi due. Una strada e' quella attorno alla quale si snodano le case del villaggio, l'altra, poco piu' a valle e' il tracciato del muro, con le sue torrette di osservazione, il recinto elettrificato, la fascia di sicurezza sui due lati e poco oltre l'insediamento in espansione. Bil'in e' un paese, anzi due. Il piccolo paese che vive di agricoltura e pastorizia fino a pochi anni fa garantiva ai suoi abitanti un relativo benessere economico, determinato anche dalla vicinanza con Ramallah, grosso centro urbano dove vendere i prodotti; e poco piu' ad ovest, oltre il muro un'atro paese, Modi'in Illit con i suoi palazzoni bianchi in costruzione, piscine e giardinetti. Un paese abitato da gente diversa, per lingua cultura e religione, un paese abitato da ladri di terre e di risorse. Bil'in e' un simbolo, anzi due. E' il simbolo di una resistenza diversa, non-violenta ma determinata, me e' anche il simbolo di un potere occupante arrogante, che procede sulla strada dell'esproprio e delle violazioni del diritto internazionale, ignorando le proteste e le legittime richieste degli abitanti di quelle terre, e' triste constatare come il muro a Bil'in e' andato avanti nonostante questi due anni di manifestazioni. Bil'in e' un popolo in lotta, anzi due con gli israeliani, anzi tre se contiamo anche le centinaia di internazionali che in questi anni hanno partecipato alle manifestazioni. Una lotta che non nasce da indicazioni politiche arrivate dall'alto o da gruppi di potere piu' o meno religiosi che usano la lotta dei palestinesi in modo strumentale ai propri fini, e' una lotta spontanea che nasce dalle esigenze primarie di una comunita': difendere la propria terra, spesso unica fonte di sostentamento. Bil'in e' una manifestazione, anzi sono le cento manifestazioni di questi due anni. La conferenza e' stata organizzata e gestita sul modello dei "social forum" con sessioni plenarie, workshop, training, traduzione simultanea e come un social forum si e' conclusa con una manifestazione ai confini della "zona rossa". Una modalita' interessante e anche nuova per questi luoghi, e' stata una buona occasione di incontro per attivisti, giornalisti, cooperanti e persone provenienti da diversi contesti; bisogna dire onestamente che la presenza di palestinesi non era altissima e bisogna ricordare altrettanto onestamente che i palestinesi hanno discusso le stesse tematiche della conferenza in un incontro riservato solo a loro che si e' tenuto un mese fa, esattamente come i movimenti sociali in Italia e altrove fanno prima dei social forum. Bil'in non e' piu' solo un simbolo, ormai e' diventato un "modello"esportabile in altre zone lungo il tracciato del muro. Alla conferenza oltre a Mustapha Barghouti hanno partecipato un portavoce di Abu Mazen e alcuni parlamentari dell'Autorita' Nazionale Palestinese, sembra che lentamente anche l'ANP si stia convincendo ad appoggiare e sostenere questa forma di lotta. Il "modello Bil'in" che poggia su di una basa popolare, sull'appoggio dei pacifisti internazionali ed israeliani ed un sapiente uso dei media deve essere fortemente sostenuto anche dalla comunita' internazionale (e' importante ricordare che la conferenza e' stata cofinanziata dall'ONG catalana NOVA e dalla Cooperazione Spagnola).Un "modello" che comincia anche ad essere esportato in altre zone dei territori palestinesi occupati, da qualche settimana anche nei villaggi a sud di Betlemme sono cominciate le mobilitazioni contro il muro, a questo link trovate un'articolo sulla manifestazione di ieri: http://english.pnn.ps/index.php?option=com_content&task=view&id=2287 Queste sono le indicazioni uscite dalla conferenza, la non-violenza e' una strada stretta e in salita, ma e' l'unica che dopo anni di lotta prevalentemente militare ancora ottiene qualche piccolo risultato. Su questo tutti noi dobbiamo cominciare a lavorare. Ettore Acocella Associazione per la Pace Coordinamento per una presenza civile di pace in Palestina ed Israele

 

postato da: khalastin alle ore 20:50 | link | commenti
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