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venerdì, 21 luglio 2006

Resistere
 
[Dal blog di Silvia riportiamo integralmente questa bellissima riflessione del Prof. Torri scritta in risposta ad una discussione (riportata integralmente in commento) interna alla lista Apriti_Sesamo! ]
 
“Cari amici,

Secco Suardo nel suo ultimo messaggio trae dal dibattito in corso sul tema "Ma qual è la strategia dei palestinesi?" tre conclusioni provvisorie:

a) la lotta non violenta è, per i palestinesi, il metodo migliore per avviare le trattative;
b) la non accettazione del metodo non violento da parte di Hamas rende impossibile l'avvio delle trattative e, oggettivamente, gioca a favore dei falchi israeliani;
c) Hamas, nel non accettare il metodo non violento, di fatto tradisce i palestinesi, che vogliono la pace «anche se il ritorno alle frontiere del 1967 è un'utopia».

Personalmente non concordo con nessuno di queste tre conclusioni. Ma prima di spiegare il perché, credo che sia necessario aprire una parentesi sulla questione della non violenza. Un problema su cui - mi sia permesso sottolinearlo - credo di avere una certa competenza, in quanto, nell'arco di trent'anni, sono stato autore di libri e di articoli che, in toto o in parte, hanno trattato dell'inventore della non violenza, Mohandas K. Gandhi, delle sue idee in proposito e del modo in cui tali idee vennero da lui concretamente messe in pratica.

Il primo elemento da tenere presente è che la non violenza non è, secondo Gandhi, la via per aprire delle trattative; la non violenza è, in effetti, un metodo di lotta a cui Gandhi ricorreva, invariabilmente dopo un lungo periodo dedicato alla valutazione dei pro e dei contro, quando le trattative si erano rivelate impossibili.

Il secondo elemento è l'efficacia della non violenza per sconfiggere l'avversario o, quanto meno, per imporgli una trattativa seria. Ebbene, in una situazione come quella indiana, in un paese cioè in cui alcune centinaia di migliaia di inglesi (prevalentemente militari) controllavano una popolazione di centinaia di milioni di indiani (dove cioè il rapporto fra inglesi e indiani era di uno a mille o più), le campagne non violente di Gandhi non solo non portarono mai ad una vittoria totale, ma neanche a vittorie parziali del movimento nazionalista indiano. La pura verità è che gli inglesi non solo non se ne andarono in seguito alle campagne non violente di Gandhi, ma che neppure il processo di riforme concesse dagli inglesi agli Indiani negli anni 20 e 30 venne mai direttamente influenzato dai movimenti non violenti di Gandhi. (Su quest'ultimo punto, sono conclusive le ricerche della scuola di Cambridge, oltre ad una semplice comparazione cronologica delle date concessioni fatte dagli inglesi e di quelle dei movimenti non violenti).

Cosa vuole dire questo? Che i movimenti non violenti di Gandhi non ebbero nessun peso nell'evoluzione politica dell'India? No. Ebbero un peso considerevole. Ma questo consistette nella delegittimazione del dominio coloniale. La verità è che, quando Gandhi lanciò il suo primo movimento non violento nel 1919, la grande maggioranza degli indiani accettava il dominio coloniale come legittimo e perfino benefico; nel 1942, in occasione del movimento Quit India (che, vale la pena di sottolinearlo, fu solo parzialmente non violento), non vi era praticamente più nessun indiano che considerasse il dominio coloniale come legittimo. Alla fine della seconda guerra mondiale (durante la guerra, il controllo dell'India venne di fatto assicurato dalle truppe inglesi e australiane schierate contro i giapponesi), in una situazione in cui i due terzi dell'apparato repressivo coloniale era formato da indiani, questa perdita di legittimità mise gli inglesi di fronte alla scelta se andarsene o se iniziare una nuova guerra, inviando un esercito esclusivamente inglese in India. Naturalmente, per ragioni sia ideologiche sia economiche, la seconda scelta era impossibile.

Orbene, è questa la situazione in Palestina? È necessario convincere i palestinesi dell'illegittimità della dominazione israeliana? Evidentemente no. E la presa di coscienza da parte dei palestinesi dell'illegittimità della dominazione israeliana è destinata a generare il crollo dell'apparato repressivo israeliano? Di nuovo, evidentemente no. E, allora, perché ricorrere alla non violenza?

La risposta che Secco Suardo dà, citando il generale Zinni, è: «Ma cosa succederebbe se i palestinesi adottassero dei metodi non violenti?». E, rispondendo alla domanda di Zinni, Secco Suardo dice: « Succederebbe che la società israeliana,  come quella inglese ai tempi dell'India coloniale, finirebbe col cedere per ragioni morali. Olmert non è né Hitler, né Ceausescu!» E conclude con l'affermazione: «Vorrei ricordare che sono stati proprio i bestiali attentati nelle discoteche eseguiti da Hamas e che gli hanno valso la qualifica di organizzazione terrorista,  a indisporre le componenti pacifiste israeliane. (Anche in questo caso ricordare le gesta dell'Irgun, Deir Yassi, King David, Hotel Semiramis, non serve a niente)».

Sfortunatamente, la risposta di Secco Suardo alla domanda di Zinni è errata. Il problema non è che Olmert non sia né Hitler né Ceausescu. Il problema è che, assai semplicemente, gli inglesi non abbandonarono l'India per ragioni morali. Gli inglesi se ne andarono per un complesso di ragioni saldamente radicate nella Realpolitik: se ne andarono perché non potevano più contare sulla fedeltà dei poliziotti e dei soldati indiani; se ne andarono perché praticamente nessun gruppo sociale importante presente in India era più disposto a collaborare con loro; se ne andarono perché lo sfruttamento dell'economia indiana aveva perso d'importanza per il buon funzionamento di quella inglese; se ne andarono perché controllare l'India comportava ormai una spesa superiore ai ricavi dati dalla continuazione del dominio coloniale; se ne andarono perché il pubblico inglese, esausto per sei anni di guerra, non poteva prendere in considerazione l'idea di incominciarne una nuova; se ne andarono perché non c'erano le risorse economiche per inviare e mantenere un'armata di occupazione in India; se ne andarono perché le due nazioni che erano emerse come le vere vincitrici della guerra e che erano diventate le due superpotenze - USA e URSS - erano entrambe contrarie alla continuazione dei regimi coloniali europei.

Da quest'ultimo punto di vista è assai significativo che, quando con l'inizio della guerra fredda, gli USA cambiarono per qualche tempo la loro posizione a proposito del mantenimento degli imperi coloniali europei, il colonialismo europeo ebbe la sua estate di San Martino. Fino al 1956, quando la politica americana, in seguito alla guerra di Suez, cambiò ancora una volta, gli inglesi, ad esempio, ebbero la forza di reimporre (a volte con un uso estremo e barbarico della violenza) il proprio controllo su quanto rimaneva dell'impero coloniale. In proposito, le vicende del Kenya sono istruttive.

Certo, la lotta gandhiana non violenta aveva attirato la simpatia di gruppi più o meno consistenti dell'intellighenzia inglese di sinistra. Gruppi che, però, non furono mai in grado di esercitare nessun peso reale nel convincere la classe politica (compresa quella laburista) e l'opinione pubblica inglesi ad abbandonare l'India. E si badi bene che, a partire dalla prima guerra mondiale, l'importanza per l'Inghilterra di controllare l'India stava declinando rapidamente. Questo perché lo sfruttamento di un'economia arretrata e di un mercato povero come erano quelli indiani (in gran parte come conseguenza proprio dello sfruttamento coloniale) stava rapidamente perdendo importanza per un'economia come quella inglese, si stava sempre più integrando con le economie sviluppate, a partire da quella americana, e stava sempre più sostituendo le materie prime prodotte dall'India (a partire dai tessuti grezzi) con prodotti chimici. Ebbene, anche in questa favorevole situazione - e anche se l'India non era una colonia di popolamento, con una densa popolazione di coloni «bianchi» (come era il caso della Rodhesia o, per la Francia, dell'Algeria) -, i gruppi di intellettuali inglesi convertiti dalla non violenza gandhiana alla causa dell'indipendenza indiana non esercitarono mai un ruolo decisivo o anche solo importante nell'avviare l'India all'indipendenza! È quindi credibile, da un punto di vista astratto, che l'eventuale non violenza palestinese potrebbe, in circostanze tanto più difficili, «costringere» gli israeliani a trattare?

Ma c'è un ultimo punto - un'ultima incomprensione della realtà storica - nella risposta che Secco Suardo dà alla domanda retorica del generale Zinni. Questo è il fatto che il ricorso come arma precipua alla non violenza non ha mai eliminato la possibilità di contemporanee azioni violente da parte di coloro che alla non violenza non credono. Questo fu sempre uno dei problemi che, in occasione dell'avvio di ogni campagna non violenta, fece più volte esitare Gandhi sull'opportunità di ricorrere a tale metodo. E la verità è che tutte le campagne non violente condotte da Gandhi in India videro il verificarsi di episodi di violenza. Episodi di violenza che, in una serie di occasioni indussero Gandhi alla sospensione delle sue campagne. Ma è anche degno di nota che, per quanto Gandhi condannasse la violenza, vi erano delle evidenti ambiguità nei confronti di quei «terroristi» che ricorrevano alla violenza contro la dominazione coloniale. Gandhi, in una serie di occasioni, disse che la cosa veramente importante era la lotta contro il male, che la non violenza era eticamente migliore e nella pratica più efficiente della violenza, ma che se l'alternativa era quella fra non lottare contro il male o lottare ricorrendo alla violenza, ebbene non vi erano dubbi che il ricorso alla violenza fosse eticamente superiore alla resa di fronte al male. Non è un caso che Gandhi non abbia mai condannato il «terrorista» Bhagat Singh (a cui, ancora oggi, sono dedicate molte piazze nelle città indiane). Bhagat Singh, che aveva attentato alla vita del viceré inglese e che nel farlo aveva fallito, uccidendo invece un po' di innocenti, finì impiccato. Non è, ovviamente, che Gandhi condonasse l'uccisione di innocenti, e neppure quella di alti funzionari coloniali. Semplicemente riconosceva che le motivazioni che avevano mosso Bhagat Singh - e che Bhagat Singh ribadì in un discorso di alto livello etico-politico di fronte al tribunale inglese che lo condannò a morte - erano motivazioni condivisibile, anzi erano motivazioni che lo stesso Gandhi alla fin fine condivideva. Singh era, per così dire, «un compagno [di lotta] che sbagliava»; ma, evidentemente, per Gandhi, di fronte all'estremo sacrificio personale di Singh non si poteva condannare qualcuno che aveva combattuto per una causa eticamente giusta.

Cosa vuol dire questo? Semplicemente che, nel mondo reale, tecniche di lotta basata sulla non violenza non riusciranno mai del tutto a cancellare la possibilità che si verifichino episodi di violenza. A loro volta, questi episodi di violenza possono essere utilizzati per screditare coloro che usano la non violenza (tentativi che, durante la lotta anticoloniale in India, vi furono anche nel caso di Gandhi). Il che, di nuovo, vuol dire che, al di là della teoria gandhiana, nella pratica la non violenza funziona solo nella misura in cui, per una ragione o per un'altra, in genere in congiunzione con il verificarsi di una particolare congiuntura internazionale, costringe l'avversario alla resa. Il che, però, vale allo stesso modo e negli stessi termini per la lotta violenta. I francesi non furono sconfitti militarmente in Algeria e, in definitiva, non lo furono (almeno in maniera totale) neppure in Vietnam. Se, in un caso o nell'altro, se ne andarono, fu per un insieme complesso di ragioni, di cui la lotta violenta dei popoli colonizzati era stata una causa o, forse, era semplicemente stata un elemento sinergico delle vere cause della decisione.

Ed è tenendo in mente quanto fin qui detto, che vale la pena di rivolgere la nostra attenzione al modo in cui, nella sua concretezza storica, si è fin qui svolta la lotta dei palestinesi contro gli israeliani. Una buona data da cui partire è la fine degli anni '50, quando l'organizzazione che poi si sarebbe chiamata al-Fatah portò a termine le sue prime azioni contro Israele. Ebbene, da allora e fino agli anni 80, la resistenza palestinese ha privilegiato la lotta armata. Ma, fra il 1982 e il 1983 (l'assedio israeliano di Beirut e l'assedio siriano di Tripoli) divenne chiaro che la lotta armata era ormai diventata improponibile, una mera chimera, un miraggio privo di ogni concretezza. 

Il risultato del palese fallimento della lotta armata fu che, all'interno della resistenza palestinese, presero sempre più forza quelle correnti che - costrettevi in un certo senso dalla situazione - auspicavano l'avvio di una trattativa con Israele. In effetti, nel corso degli anni 80, una serie di segnali incominciò ad arrivare in Israele - come può testimoniare Yossi Amitay che, insieme ad Uri Avneri e ad altri giocò il ruolo in questo processo -, segnali che indicavano la disponibilità di settori importanti dell'Olp all'inizio di una trattativa. Quale fu la reazione di Israele? Che il 6 agosto 1986 la Knesset approvò una legge che definiva come criminale qualsiasi contatto con «organizzazioni terroristiche», fra cui era chiaramente fatta rientrare l'Olp (in effetti, il fine della legge era proprio quello di impedire ogni trattativa con l'Olp).

L'indisponibilità israeliana a trattare contribuì quindi al fatto che la via della trattativa diplomatica si rivelasse anch'essa, almeno in quel momento (gli anni 80) come una chimera. Senza la possibilità di ricorrere alla lotta armata e senza la possibilità di ricorrere alla trattativa diplomatica, l'Olp e Arafat sembrarono consegnati all'irrilevanza. Ho ancora un ricordo personale e diretto della soddisfazione con cui alcuni amici sionisti (ero allora in Canada) salutarono quello sviluppo. Fu a quel punto, nel dicembre 1987, che incominciò la prima intifada.
 
E questo ci porta ad un punto fondamentale. Cioè che, in effetti, i palestinesi hanno già fatto ricorso alle strategie non violente. Perché credo che nessuno possa negare che, per una ragione o per un'altra (in altre parole, non in seguito ad una teorizzazione lucida, come quella alla base della non violenza gandhiana, ma costrettivi dalle circostanze, come i patrioti indiani al tempo del movimento swadeshi), i plaestinesi dei territori occupati basarono la prima intifada su tecniche d'azione non violenta. Il che, quindi, significa che la domanda di Zinni e la proposta di Secco Suardo hanno già avuto una risposta concreta a livello storico. Qual è questa risposta. La risposta è che l'azione non violenta dei palestinesi suscitò sì un'ondata di simpatia nei loro confronti in Occidente e creò sì delle fratture interne nella stessa diaspora ebraica, ad incominciare da quella americana, ma che questo non comportò nessun vantaggio per i palestinesi. La verità è che il governo israeliano continuò la propria repressione, affinò le proprie tecniche e, di fatto, intorno al 1990 represse la rivolta (come, del resto, avevano sempre fatto gli inglesi nei confronti dei movimenti non violenti gandhiani).

A questo punto, mi si può legittimamente obiettare che, però, la prima intifada ridiede rilevanza all'Olp e che Arafat ne approfittò non solo per rilanciare la strategia della tratttativa, ma per farla accettare all'intero movimento nazionalista palestinese, cosa che prima non era mai riuscito a fare. Fu, questo, un risultato che Arafat ottenne in occasione del congresso di Algeri del 1988, in cui il Consiglio Nazionale Palestinese accettò ufficialmente tutte le risoluzioni ONU sulla Palestina, compresa la 184 (che ratificava la creazione di due stati in Palestina: uno ebreo e uno arabo) e la 242 (che richiedeva il ritiro di Israele solo dai territori occupati nel 1967). Ebbene, quale fu il risultato della scelta della diplomazia (e della «rinuncia al terrorismo» successivamente fatta da Arafat [conferenza stampa del  14 dicembre 1988 a Ginevra])? Che Israele si mantenne fermo nella sua volontà di non trattare, tanto che la trattativa venne condotta non fra l'Olp e Israele, ma fra l'Olp e gli USA. A questo seguì una serie di iniziative diplomatiche tutte concluse nel nulla e, in seguito ad un tentativo di attentato contro Tel Aviv da parte di Abu Abbas (20 giugno 1990), la fine delle trattative fra USA e Olp.

Come sapete, la via diplomatica venne ripresa, non per iniziativa di Israele (che vi era contrario), non per iniziativa dell'Olp (che vi era favorevole, ma che non contava più nulla), ma per volontà del vittorioso presidente George H. W. Bush, che, dopo la sconfitta dell'Iraq, voleva dare una sistemazione stabile al Medio Oriente. Questa fase della via diplomatica iniziò con la conferenza di Madrid nell'ottobre del 1991 e si concluse nel febbraio 2001 con l'elezione di Sharon (e dopo i fallimenti di Camp David e di Taba). Su questa fase non vorrei soffermarmi, salvo che per dire che i quattro articoli di autori diversi che, nel libro da me curato (Il Grande Medio Oriente nell'era dell'egemonia americana), analizzano gli eventi di quegli anni dimostrano in maniera a parer mio conclusiva come il cosiddetto processo di pace venne interpretato dalla classe dirigente israeliana, indipendentemente dal colore politico, come la continuazione della guerra contro i palestinesi con mezzi politici. L'unica pace che gli Israeliani dimostrarono di poter concepire era una pace che rendesse impossibile la nascita di uno stato palestinese indipendente, ma, al massimo, quella di un protettorato, senza alcuna reale autonomia politica ed economica e senza continuità territoriale.
 
Qual è la sostanza del discorso fin qui fatto? Che, dati alla mano, in questo momento storico, i palestinesi non hanno nessuna possibilità di difendere i propri diritti, né con il ricorso alla violenza (che è fallita), né con il ricorso alla non violenza (che, di nuovo, è fallita), né con il ricorso alle trattative (dato che per trattare - cosa in sé non facile - bisogna essere in due, mentre i palestinesi sono sempre stati da soli).

È alla luce di questa spiacevole verità che bisogna confrontarsi con la questione posta da Secco Suardo e con le ipotesi di soluzione da lui date. La mia risposta è che, come storico, almeno una cosa la posso dire con sicurezza: che niente dura in eterno. E un'altra cosa la posso dire se non con certezza, quanto meno convinto che vi siano ragionevoli possibilità che si verifichi. Questa è che il mondo sta cambiando con una rapidità impressionante, sotto i nostri stessi occhi. Secondo alcune proiezioni, nel 2050, la prima economia mondiale sarà la Cina, seguita dagli USA, seguita dall'India. E, per quella data, l'India da sola, oltre ad aver superato il Giappone, avrà un'economia pari a quella della UE (che, secondo me, continuerà ad essere un insieme di stati mal collegati da deboli legami politici). Inoltre, l'economia USA, per quanto la seconda al mondo, avrà un peso specifico globale enormemente inferiore a quello che ha oggi. In sostanza, il centro del mondo non si troverà più in Occidente, ma in Asia. E le nazioni leader del nuovo ordine non avranno nessun particolare interesse a sostenere Israele; non l'avranno perché non hanno nessun complesso di colpa a proposito dell'olocausto; non l'avranno perché al loro interno non vi é nessuna influente comunità ebraica filosionista; non l'avranno perché Israele è oggettivamente il principale elemento di destabilizzazione dell'intera area mediorientale. Secondo un mio amico giornalista che di queste cose si intende, l'azione politica della Cina nell'area mediorientale è in realtà destinata a diventare un fattore d'importanza chiave ben prima del 2050: a suo giudizio fra 10 o 15 anni. A quel punto, tutti i giochi si riapriranno, compreso quello israelo-palestinese.

In sostanza, quindi, in questo momento storico, l'unica cosa che i palestinesi possono realisticamente fare è resistere. Resistere in attesa che i tempi cambino. E cosa, in definitiva, hanno sempre fatto di diverso (salvo casi più unici che rari) tutte le resistenze della storia, se non, appunto, resistere in attesa che i tempi cambiassero? E, da questo punto di vista (come da altri), non mi sembra proprio che Hamas si stia comportando troppo male. Credo, in realtà, che dare consigli ai palestinesi su come continuare la loro lotta contro Israele, sia abbastanza ozioso. Sono convinto, invece, che i palestinesi abbiano una percezione precisa sia di quel poco che possono fare, sia del fatto che, al di là delle azioni contingenti e delle strategie di breve periodo, è la capacità di continuare a vivere sotto occupazione, in attesa di tempi migliori, l'unica cosa che realisticamente possano e debbano fare. 
 
Credo che, senza entrare nella contestazione puntuale delle tre tesi di Secco Suardo, quanto sopra detto possa essere considerato la mia risposta complessiva a tali tesi. Ma voglio ancora aggiungere un paio di cose a latere. La prima è che interessarci dei palestinesi fa bene soprattutto alla nostra anima (e, credetemi, nel dire questo non sono per nulla sarcastico, anche se lo posso sembrare). In definitiva, anche noi, mutatis mutandis, non possiamo far altro che resistere, esattamente come i palestinesi. E, per poterlo fare, è bene prendere atto di quanto difficile sia la nostra situazione e di quanto poco possiamo fare per incidere sulla realtà. Vi inviterei in proposito a riflettere sul fatto che un dibattito dalle argomentazioni razionali e dai toni etici alti, come quello finora intercorso fra di noi, non avrebbe mai potuto aver luogo sui media «normali». E vi inviterei anche a riflettere - cosa che il nucleo dei vecchi iscritti sa, ma che non sanno i nuovi - che questa lista nacque perché divenne chiaro che era impossibile trattare di questi temi sulla lista ufficiale di SeSaMO. Cioè dell'associazione degli studiosi italiani di Medio Oriente contemporaneo! In altre parole, perfino fra gli specialisti accademici di Medio Oriente il controllo nei confronti di opinioni che mettevano in dubbio quella dominante su un problema chiave come la questione palestinese si rivelò talmente forte da determinare la chiusura di ogni discussione. 
 
In quell'occasione decisi di resistere a modo mio e creai la presente lista. Ne sono ovviamente contento, nonostante il tempo e la fatica che mi costa gestirla (e, certo, non sarei riuscito a continuare a farlo senza l'aiuto di Riccardo e di Elisa). Sono anche cosciente del fatto che, in definitiva, i dibattiti e le informazioni della lista contribuiscono a mantenere aperto uno spazio critico che è bene che rimanga aperto (e che è sempre più eroso dalla crescente intolleranza contro qualsiasi atteggiamento critico). Non mi illudo però sulla rilevanza di quello che faccio. Un articolo di Fiamma Nirestein su La Stampa ha un peso e un'importanza cento volte maggiori di tutte le cose che si sono scritte in questa lista. Ma, in definitiva, l'essenza della resistenza - l'ho già detto - è appunto questa: fare quel poco che si può fare, non solo in attesa di tempi migliori (che forse non vedremo mai), ma perché è giusto fare così. 
 
Un caro saluto a tutti.
Michelguglielmo Torri*”
 
 
* Professore di Storia moderna e contemporanea dell'Asia - Università degli Studi di Torino
 
 
Citati nella lettera:
Gen. Anthony Zinni, nel 2002 inviato degli Stati Uniti come mediatore Israele – Palestina http://en.wikipedia.org/wiki/Anthony_Zinni

postato da: khalastin alle ore 13:25 | link | commenti (9)
categorie: strumenti, letture consigliate
info: khalas.it et gmail.com

Commenti
#1   21 Luglio 2006 - 14:19
 
un altro intevento del prof. Torri in merito alla crisi attuale:

http://www.infopal.it/det.asp?id=1161

utente anonimo

#2   21 Luglio 2006 - 14:38
 

"Cari amici,
un paio di giorni fa ho ricevuto il seguente messaggio da parte dell'amico Secco Suardo:

----- Original Message -----
From: seccosuardo
To: ApritiSesamo-owner@yahoogroups.com
Sent: Monday, July 10, 2006 10:41 AM
Subject: Re: [ApritiSesamo] Osservatori distratti e motivi di sconforto: a proposito degli eventi in corso in Palestina


Caro Professore,
Condivido pienamente la sua analisi. Aggiungerei che ormai le convenzioni internazionali sono diventate carta straccia, come la dichiarazione Kellogg, di tanti anni fa e riflettere sulla giustizia o ingiustizia della situazione serve a poco.

Ma a questo punto una domanda vorrei fargliela. Qual'è la strategia dei palestinesi?

Su un piano puramente pragmatico a me sembra evidente che il tempo lavora a favore degli israeliani il cui obiettivo è quello di occupare quanto più territorio è possibile. Ogni giorno che passa registra allargamenti di insediamenti, distruzione di agrumeti, apertura di nuove arterie di comunicazione. Non vedo all'orizzonte nessun cavaliere bianco.

Non converrebbe ai palestinesi chiudere la partita ammettendo la sconfitta, salvando il salvabile, ma aprendo possibili prospettive di collaborazione economica?

Che convenienza ha Hamas a rifiutare le tre condizioni richieste da Israele per trattare - almeno sulla carta: riconoscimenti di Israele, accettazione della road map, rinuncia alla violenza. La loro accettazione metterebbe Israele in imbarazzo davanti alla comunità internazionale.
Perché cadere nella trappola delle provocazioni, come fece anche Sharon all'inizio della seconda intifada?

Vi è un disegno strategico e se sì qual'è?
O si tratta di un atteggiamento orgoglioso e sognatore? La mancanza di pragmatismo è una virtù o una colpa? Inclino per la seconda quando tutto un popolo ne paga il prezzo.
O vi sono dietro le pressioni di stati quali Iran e Arabia Saudita che per salvare se stessi finanziano la guerra altrove?
In attesa di una sua risposta, la saluto molto cordialmente.
GM Secco Suardo


----
Confesso che non ho avuto il tempo di rispondere al messaggio appena riportato. Come sanno quelli di voi iscritti anche alla mia lista di cose indiane, gli attentati di Bombay dell'11 e il pietoso livello di pseudo informazione offerta in propositio dai maggiori giornali italiani mi hanno - in un certo senso - costretto ad intervenire con una serie di analisi. La cosa, ovviamente, mi ha portato via non poco tempo ed energia. Nel frattempo però, Secco Suardo, evidentemente impaziente di avere una risposta, ha girato la sua domanda a Rudy Caparrini. Eccola qui di seguito, con la risposta di Caparrini (evidentemente più rapido ed efficiente di quanto sia io).
--------

--------------------------------------------------------------------------------
From: "seccosuardo"
To: "rudy caparrini"
Subject: Fw: [ApritiSesamo] Osservatori distratti e motivi di sconforto: a proposito degli eventi in corso in Palestina
Date: Thu, 13 Jul 2006 07:32:31 +0200


Caro Caparrini,
Inoltro a lei in qualità di stratega la domanda che ho rivolto a Torri - che per il momento non mi ha dato risposta. Ma qual'è la strategia dei palestinesi?
La mia impressione, in massima sintesi, è che nessuna delle due parti ha interesse alla pace e che anzi entrambe puntino ad un allargamento del conflitto.
L'articolo di Rashid Khalidi in fondo mi da ragione e così pure gli ultimi avvenimenti. Troppo poco si parla del colossale traffico d'armi nella zona.
Chi ne soffrirà è la popolazione che mi sembra molto mal rappresentata. E del resto da quando in MO i governanti rispettano i governati?
Cosa ne pensa?
GM Secco Suardo

-----

----- Original Message -----
From: rudy caparrini
To: seccosuardo@fastwebnet.it
Cc: mg.torri@flashnet.it
Sent: Thursday, July 13, 2006 2:18 PM
Subject: RE: Fw: [ApritiSesamo] Osservatori distratti e motivi di sconforto: a proposito degli eventi in corso in Palestina


Carissimo Secco Suardo,
concordo con lei sulla questione di base: le parti non desiderano affatto allentare la tensione. Azzardo a dire che sia Hamas sia il governo di Olmert erano alla ricerca di un casus belli per rendere più pericoloso il nemico da combattere. Gli esecutivi di ANP e Israele volevano allargare il loro rispettivo consenso, per perseguire le finalità nascoste dei loro governanti. Secondo me, Hamas ha compreso ben presto di non avere la capacità di governare e perciò adesso sta cercando di coinvolgere nella gestione dei problemi fatah, avversario odiato ma senza dubbio dotato di burocrati e uomini politici che possono fare una politica degna di tale nome. la congiunta avversione a Israele ha adesso consentito ai due fronti di riprendere le trattative, che a mio parere culmineranno in un governo di unità nazionale con Fatah accanto ad Hamas.
Israele aveva un obiettivo non dissimile. Il governo di Olmert è stato realizzato con una formula anomala, ponendo insieme nazionalisti ex Likud coi laburisti di Amir Peretz, peraltro ritenuto una colomba nello scacchiere politico. Il fine del governo Olmert è di proseguire nella linea tracciata da Sharon: ritiro da alcune zone per rafforzarne altre. In sintesi, l'esecutivo di Gerusalemme vuole consolidare i suoi confini entro il Muro, per creare una situazione di fait accompli riguardo a certe aree della Cisgiordania rimaste all'interno della barriera.

Quindi, Israele e ANP desiderano farsi guerra per mostrare al mondo che erano esatte le rispettive convinzioni. Olmert potrebbe avere convinto tutti che l'ANP non è affidabile, non può essere partner negoziale e quindi la sola via è quella del ritiro unilaterale. Inoltre, Israele vuole dimostrare che la presenza del Muro è decisiva per la sua sicurezza e che tutte le aree dentro questa costruzione devono essere sotto l'autorità di Gerusalemme.

Nell'ANP, invece, si potrebbe assitere a un ritorno al potere di certi uomini di Fatah. Magari uscirà di scena Abu Mazen, incapace di imporsi contro lo strapotere delle bande armate. Come ho più volte scritto, spero che sia giunto il momento di Marwan Barghouti, ideale punto di incontro di incontro tra le pozioni di Hamas e quelle di fatah.

Saluti.

Rudy Caparrini

---------------------
Ovviamente mi riservo di dare una risposta articolata al quesito di Secco Suardo, risposta che spero di poter inviare nel fine settimana. Qui mi limto a fare due rapide annotazioni. La prima (a proposito dell'affermazione di Secco Suoardo: "ne soffrirà è la popolazione che mi sembra molto mal rappresentata") è che è difficile sostenere che, oggi, la dirigenza politica di israeliani e di palestinesi *non* rappresenti la volontà dei rispettivi popoli. Israele è una democrazia magari a base etnica, magari riservata ai soli ebrei, che, però, almeno l'elettorato ebraico lo rappresenta in modo quasi perfetto. Per quanto poi riguarda i palestinesi, le elezioni recenti sono state seguite da osservatori internazionali, compreso Jimmy Carter, è il loro verdetto è stato che, a parte una serie di difficoltà create dagli israeliani soprattutto a Gerusalemme Est e dintorini, le elezioni stesse si siano svolte in modo democratico e corretto.
La seconda osservazione riguarda quanto scrive Caparrini. In proposito vorrei fare notare che la sua argomentazione si basa su una falsa simmetria. La situazione del governo palestinese non è stata la stessa di quella del governo israeliano. Dopo tutto, il governo palestinese è stato vittima di un tentativo di golpe, organizzato e condotto da USA e Israele con la complicità della UE e con l'acquiscenza degli stati arabi. Il governo isrealiano, invece, dispone di un rapporto privilegiato con l'unica superpotenza. Se non si parte da questa asimettria e se si considera uguale ciò che è profondamente diseguale, non si può che fare un ragionamento distorto.
Queste, ovviamente, sono solo annotazioni preliminari. Sull'intera questione interverrò con più completezza e con più calma appena possibile. Nel frattempo, non sarebbe forse inutile sentire cosa pensano gli altri iscritti alla lista.
Cordialmente.
Michelguglielmo Torri"
utente anonimo

#3   21 Luglio 2006 - 15:01
 
shukran jiddan ua.. KHALAS!

;)
Silvia
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente talib

#4   23 Luglio 2006 - 16:07
 
In realtà Secco Sguardo ha del tutto ragione. I Palestinesi hanno solo quella chance. E lo strare appresso ai famosi "regimi amici" che in tanti anni non hanno fatto che buttare a mare i Palestinesi per i propri interessi, e continuano, non serve se non a star peggio. Dietro vi è senz'altro un atteggiamento sognatore deleterio, e tipicamente palestinese, oltre che una disperazione realissima. I rispettivi regimi *hanno il consensi*. L'Iran ha il consenso. Bush ha il consenso. Insomma: la "democrazia", il parare della maggioranza, non è che sia sempre giusto... Ricordiamo che Hitler è salito al potere legalmente, che la Costituzione di Weimar fu solo "integrata" e così lo Statuto Albertino in Italia.
Tanto per non dimenticare che i popoli possono impazzire, indubbiamente indotti a tanto.
Quesito innocetre: quali forze effettive dietro le quinte han condotto sin qui?
Se non si risponde - e lucidamente - a tale domanda, star lì a protestare, ad arrabbiarsi è versare acqua in un bicchiere senza fondo. E comunque sfuggirà sempre l'essenza della questione.
utente anonimo

#5   23 Luglio 2006 - 17:19
 
E quale sarebbe, caro il mio anonimo, l'essenza della questione?
Questa cosa che - presumibilmente solo a noi poveri mortali - "sfuggirà sempre" nonostante la risposta ad un quesito (non innocente, solo stupido) per rispondere al quale un pallottoliere risulta indubbiamente più indicato di carta e penna...
"Un atteggiamento sognatore deleterio": è vero, le politiche atlantiche hanno spazzato via tutti i sogni di una generazione di israeliani, vedi tu chi sta meglio...
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#6   01 Agosto 2006 - 11:10
 
Israele che fa? mazzetta

From: "mazzetta"
To:
Subject: Israele che fa?
Date: Sat, 15 Jul 2006 20:12:10 +0200

Il suicidio di Israele.

Israele attacca, ma paradossalmente rischia come non mai di andare incontro
ad una vittoria di Pirro capace di metterne in discussione l'esistenza, o
almeno l'esistenza del suo attuale assetto e della percezione della sua
immagine anche presso le opinioni pubbliche amiche; nonostante molti
politici occidentali stiano infatti sostenendo l'azione israeliana, con una
decisione un tempo sconosciuta e con l'adesione anche di vasti settori della
sinistra, è evidente che le giustificazioni addotte per l'aggressione al
Libano siano ancora meno sostenibili di quelle grazie alle quali Bush invase
l'Iraq.

Ogni guerra nasce dalla menzogna, dalla denuncia di un casus belli da
prendere a pretesto e dalla costruzione dolosa di un nemico. L'invasione
israeliana del Libano si giova della propaganda antislamica (o islamofobica)
costruita negli ultimi anni dal mainstream globale da una parte e dalla
menzogna sulla "minaccia" all'esistenza di Israele dall'altra, la falsa
immagine di Israele "aggredito" dai cattivi musulmani che la"circondano".
Cattivi che assediano questa autoproclamata, solitaria, oasi democratica nel
Medioriente; poco importa che anche il Libano abbia un governo laico eletto
democraticamente, così come la Palestina, tra poco gli apologeti d'Israele
potranno ricominciare con la propaganda de "l'unica democrazia in
Medioriente" perché i due governi non saranno più.

Nulla accade per caso quando si arriva alla guerra e non è difficile vedere
nell'attuale situazione mediorientale un passaggio di staffetta tra gli
Stati Uniti in difficoltà e i loro alleati israeliani.
Quanto accade ora è stato sicuramente pianificato e previsto da molto tempo
e probabilmente concertato tra i più alti gradi militari e politici dei due
paesi. Tutto è già stato scritto da tempo nei piani dei think tank
neoconservatori parecchio tempo fa.

Israele per parte sua non potrebbe comportarsi diversamente, poiché sono
ormai parecchi anni che il paese è sotto il controllo di una diarchia
militar-religiosa che può trovare il suo scopo solo nella guerra. Un filo
ininterrotto lega il sabotaggio della pace di Oslo agli avvenimenti odierni.
Nethanyau ponendo condizioni inaccettabili e al di fuori degli accordi ad
Arafat sapeva di imboccare la via della prepotenza, paralizzando non solo il
governo Clinton, ma ponendo le basi per il futuro intervento in Medioriente
dell'amministrazione Bush allora alle porte.

Lo stesso filo conduce all'assassinio di Rabin, attraversa la passeggiata
sulla Spianata delle Moschee di Sharon, l'accantonamento della Road Map,
fino ai fatti recenti: l'annuncio dell'annessione unilaterale di parte dei
Territori Occupati annunciata da Olmert e il bombardamento di Gaza e del
Libano. Si tratta di un filo legato da una parte alla superiorità militare,
dall'altra dalla tenuta di un'immagine a lungo costruita attraverso una
massiccia propaganda, un tipo di filo che però nella storia non si è mai
dimostrato a prova di rottura e che quando ha ceduto ha attirato su chi vi
faceva affidamento la sventura e la condanna della storia.

Il problema principale di Israele è che il paese si fonda su un assetto
costituzionale del tutto inadeguato alla situazione e allo stesso tempo si
nutre di una cultura costruita su tre pilastri: una auto-rappresentazione
dell'israeliano come di una vittima impegnata in un'eterna difesa da nemici
che ne vogliono la distruzione attraverso una "soluzione finale" di tipo
nazista; il totale disprezzo del diritto internazionale e dei diritti umani
(degli altri) e infine la convinzione che Israele nasca ed esista per
seguire un disegno divino.

Da queste premesse alla conseguenza della creazione di un paese perennemente
militarizzato e profondamente razzista il passo è breve, da qui alla
commissione di atti illegali e veri propri crimini contro l'umanità è un
passo che è già stato compiuto.
Il "destino manifesto" ha sempre trascinato le nazioni alla catastrofe e il
rischio che Israele percorra la strada già percorsa dalla Germania e da
altri sfortunati paesi non è un paradosso, ma la conseguenza più incombente
che quanti vivono il sogno sionista dovrebbero preoccuparsi di affrontare
con urgenza.

I governi che si sono succeduti da quello di Netanhyau a quello di Olmert
hanno coltivato il sogno della soluzione di forza, aderendo al disegno dei
neoconservatori americani con la speranza non troppo dissimulata di ottenere
vantaggi territoriali e un dominio assoluto sul Medioriente. Purtroppo per
Israele questo disegno è figlio di una destra occidentale non lontana da
quella che tenne a battesimo ed allevò il nazismo. La propaganda americana
non è molto diversa da quella nazista e pur coprendo le proprie azioni con
alte dichiarazioni di principio è fondata principalmente sulla menzogna e
sul razzismo.

La menzogna ha permesso di giustificare lo scatenamento della guerra in
Medioriente, il razzismo costruito spargendo a piene mani la peggiore
disinformazione sugli "islamici" è diventato lo strumento attraverso il
quale ottenere il voto ed il sostegno della parte più retriva e disinformata
delle opinioni pubbliche occidentali. Una propaganda, ancora una volta,
molto simile a quella nazista, non a caso i musulmani sono stati accusati di
voler conquistare il mondo (già sentita?) e di voler sottomettere gli
infedeli, così come è evidente la costruzione continua di un numero infinito
di false notizie riguardo a complotti, attentati ed intenzioni criminali,
costruite a tavolino tra le scrivanie dei servizi segreti e le redazioni di
un mainstrem più che compiacente e disponibile a farsi acritico megafono
della superiorità occidentale, una storia che va dalle balle sulle armi di
distruzione di massa, passa per i numerosi Lincoln Group che hanno pagato la
stampa irachena e termina ai giorni nostri con le sinergie tra i servizi
segreti italiani e utili giornalisti e testate schierate sul fronte dello
"scontro tra civiltà".

Il problema per Israele è rappresentato dal fatto che questo schema non ha
mai retto all'esame della storia e che, prima o poi, ha mostrato di essere
irrealizzabile travolgendo chi vi aveva riposto fiducia e portando alla
rovina le popolazioni che ne erano state sedotte. Non è la retorica del
"pueblo unido que mas sera vencido" a condannare questo schema di dominio,
ma una sua debolezza intrinseca, in quanto per realizzarsi e mantenersi
richiede la mobilitazione perenne di una quantità di risorse, anche
intellettuali, che si è dimostrata insostenibile.

Oggi Israele si trova a dover coprire il fallimento statunitense e a dare
nuovo impulso al piano di devastazione del Medioriente. Ci è arrivato perché
lo ha voluto e progettato, non si può pensare che con la posta in gioco la
dirigenza israeliana abbia navigato a vista. In questo senso non è difficile
leggere un unico piano che va dall'omicidio di Hariri (che ha costretto la
Siria ad abbandonare il Libano) all'escalation contro i palestinesi.
L'ipocrita "piano di ritiro", che grazie alla compiacenza dei media
globalizzati è stato spacciato come un passo verso la pace e non come
l'arrogante annessione unilaterale che è in realtà, non è stato seguito
infatti da gesti di distensione verso i palestinesi, ma al contrario da una
escalation di aggressioni e di vessazioni.

Nonostante la rinuncia dei palestinesi agli attentati contro i civili,
Israele ha infatti trasformato Gaza in una prigione a cielo aperto, sulla
quale ogni tanto lanciare missili per assassinare i dirigenti palestinesi e
quanti si trovassero a passare di lì per caso. La gestione della propaganda
israeliana chiama queste carneficine "esecuzioni mirate", così come chiama
le colonie illegali "insediamenti" o il muro dell'apartheid "barriera
difensiva. Al di là di questi artifici semantici la realtà sul campo ci
racconta che gli ultimi avvenimenti non sono una reazione difensiva, ma
un'escalation cercata e voluta. Il sistematico ricorso alla menzogna che ha
sollevato indignazione anche recentemente, quando dopo aver provocato una
carneficina tra le famiglie palestinesi in spiaggia una "inchiesta"
israeliana ha concluso che la responsabilità fosse di una mina di Hamas. Un
tentativo pietoso che ha retto giusto il tempo della pubblicazione nella
"notizia" e dell'immediata smentita alla quale anche fonti israeliane sono
state costrette dall'assurdità di un'invenzione del genere.

Il lancio, che dura da anni, dei quasi innocui (sono proiettili poco potenti
e precisi) razzi Kassam da Gaza ha determinato una rappresaglia sulla
popolazione civile (che è vietata dalle leggi internazionali) che si è
risolta in numerose stragi. Una conseguente azione militare dei palestinesi,
che hanno attaccato i militari israeliani catturandone uno, ha determinato
una rappresaglia ancora più violenta che ha portato all'invasione e alla
devastazione di Gaza, un territorio nel quale ormai milioni di persone
vivono recluse prive di elettricità e dei...
utente anonimo

#7   01 Agosto 2006 - 11:11
 
servizi minimi essenziali.

A questo è seguita un'analoga azione degli aderenti ad Hezbollah alla
frontiera Nord, che hanno attirato in territorio libanese le pattuglie
israeliane e catturato (non si tratta di un rapimento, come non lo è stato
il precedente) altri due militari. Questa azione, militarmente
insignificante, è stata presa a pretesto per il bombardamento su larga scala
del Libano, provocando anche qui una carneficina tra i civili e demolendo le
infrastrutture di un paese sovrano che non aveva l'intenzione e ancora meno
la possibilità di nuocere ad Israele.

Mentre il conflitto minaccia a parole di allargarsi alla Siria e all'Iran,
monta l'evidenza del fatto che Israele stia in realtà correndo verso il
baratro. Mentre vince Israele si scava una scomoda fossa, nella quale il
paese potrebbe ritrovarsi all'improvviso al primo scossone della storia.
Israele al momento è uno stato confessionale che discrimina gravemente i
suoi cittadini in base alla religione, che occupa illegalmente da decenni
territori oltre i suoi confini, che attacca e distrugge le infrastrutture
civili dei paesi vicini, viola il loro spazio aereo (anche quello della
Siria) e gestisce ed amministra quello che a tutti gli effetti è il più
vasto campo di prigionia del pianeta, composto dalla striscia di Gaza e dai
Bantustan circondati dal Muro in Cisgiordania.

Tutto questo sembra sostenibile perché esiste il supporto americano, ma è un
sostegno che può essere considerato eterno?

La risposta negativa a questa domanda apre scenari che la dirigenza
israeliana, come quella ebraica nel mondo, sembrano non valutare affatto.
Gli americani e i loro alleati sembrano determinati a mantenere una lunga
permanenza militare in Medioriente, ma la loro determinazione potrebbe non
essere sufficiente. Anche per gli Stati Uniti questa guerra diventa sempre
più onerosa, e il fondo del barile è già stato raschiato da tempo. Ci sono
già stati episodi che hanno segnalato come sia viva negli USA la
consapevolezza di aver perso in Iraq e anche se vi verranno mantenute alcune
basi militari sine die e il paese diventerà una polveriera, qualcuno sarà
chiamato a rendere conto di questa avventura dai costi incalcolabili. Costi
sostenuti prima di tutto dai contribuenti americani, poco sensibili ai
civili morti altrui, ma molto sensibili al prezzo del gallone e al costo
della vita o alle tasse necessarie per coprire i buchi lasciati dai voraci
contractors e dagli amici di Bush.

Il vero problema di Israele è che rischia di ritrovarsi con il Medioriente
in fiamme e con il cerino in mano. Israele ha goduto dell'appoggio della
destra globalizzata accogliendolo acriticamente, godendone i vantaggi
temporanei, ma senza valutarne le possibili conseguenze.

La conseguenza più grave è che, di fronte all'insostenibilità della guerra,
le destre occidentali trovino proprio in Israele il capro espiatorio sul
quale scaricare le responsabilità di questa ennesima carneficina di stampo
colonialista. Già in occasione della condanna di alcuni funzionari americani
accusati di aver spiato a favore di Israele e di aver diffuso notizie false
in merito a presunti pericoli islamici c'è stato chi, nella destra
americana, ha cominciato a dire che la guerra è stata cominciata per "colpa
degli ebrei". Anche il recente studio di due professori di Harvard, che ha
illuminato (enfatizzandola) l'influenza della c.d. Lobby Ebraica all'interno
dell'Amministrazione USA è stato letto da molti commentatori come la posa
del primo mattone di una prossima "exit strategy" fondata sull'esibizione
del capro espiatorio ebraico.

Cosa rimarrebbe di Israele in tal caso?
L'immagine residua di Israele non potrebbe essere che quella di un paese
"canaglia", fortemente militarizzato, autore di estesi e continuati crimini
contro i diritti umani, tirannicamente impegnato a martirizzare i
palestinesi e a vessare i vicini. Il capitale morale rappresentato dalla
Shoà, il peccato originale dell'Occidente nei confronti dell'ebraismo,
verrebbe azzerato ed Israele si troverebbe a dover gestire una percezione
della sua immagine molto vicina a quella che fu del Sudafrica
dell'apartheid, paese con il quale ha in passato condiviso molto, non solo
le ricerche atomiche.

Questo scenario non è improbabile, ed è confermato anche dall'entusiasta
adesione delle destre al disegno di Olmert. Per le tradizionali destre
venate di razzismo si tratta di una win-win solution, perché i piani
israeliani possono portare al consolidamento del potere coloniale
occidentale in Medioriente o alla definitiva diffamazione della visione
sionista, accostando le pretese e le azioni ebraiche a quelle delle tanto
vituperate dittature nazifasciste uscite sconfitte dalla Seconda Guerra
Mondiale: una evenienza che in qualche maniera ne gratificherebbe la loro
ostilità verso l'ebraismo, incapace di mostrarsi moralmente superiore ai
fascismi europei e a quello neoconservatore.

Con questo si spiegherebbe anche la scelta di campo di politici come
Gianfranco Fini e di partiti come AN, che da un lato possono esibire la
tradizionale muscolarità in politica estera, dall'altra godere del fatto che
un fallimento delle loro politiche porterà a una parziale smacchiatura
dell'album di famiglia e alla rovina delle aspettative ebraiche.

Mai come ora il pericolo per Israele è rappresentato dagli interessi
occidentali, mai come ora quello che sembra un trionfo destinato ad
assicurare al paese la supremazia in Medioriente potrebbe rivelarsi una
trappola verso la quale la dirigenza israeliana, formatasi alla scuola della
guerra e cresciuta tormentata dalla sindrome dell'assedio, corre con suprema
incoscienza ed arroganza.

Il futuro per Israele non è roseo, se dovesse mancare il sostegno americano
svanirebbe anche quello che ancora residua in Europa (tanto vistosamente in
calo che il premier finlandese, presidente di turno dell'Unione ha
dichiarato che Israele informa le sue rappresaglie a una legge peggiore di
quella del taglione: " Questa è la legge di venti occhi per un occhio") e il
paese si troverebbe isolato a fare i conti con una grave crisi economica, un
saldo migratorio negativo, una composizione sociale nella quale è sempre più
invadente la presenza di gruppi religiosi estremisti e fanatici; senza
considerare che Israele non dispone di risorse naturali tali da renderlo
autosufficiente.

In questa prospettiva ad Israele toccherebbe sedere per la prima volta sul
banco degli accusati dalla comunità internazionale, una eventualità finora
evitata, ancora con arroganza, grazie alla protezione del diritto di veto
americano, ma assolutamente plausibile, visto che fino ad ora negli ultimi
decenni le risoluzioni ONU di condanna al paese hanno raccolto oltre un
centinaio di voti a favore e qualche unità contro. Purtroppo come sempre in
questi casi, le sirene della propaganda assordano le opinioni pubbliche e le
voci delle persone sagge (che ovviamente esistono anche tra gli israeliani e
tra gli ebrei) risultano flebili ed inascoltate, incapaci di fermare la
macchina lanciata verso l'ecatombe.

Nulla di nuovo sotto il sole, all'alba del nuovo millennio i popoli vengono
ancora facilmente illusi che si possano imporre i propri disegni ad altri
utilizzando la violenza e la menzogna, anche se fin dall'antichità si sa
benissimo che violenza e menzogna non possono essere i pilastri sui quali
fondare i progressi sociali e quelli della convivenza tra i popoli. Ancora
oggi l'esercizio continuato della violenza ha costi insostenibili, anche per
chi la pratica; ancora oggi le menzogne non sono eterne e prima o poi chi ne
ha tratto vantaggio viene chiamato a pagarne il prezzo.

Il prezzo che Israele sarà chiamato a pagare rischia di essere molto grande,
più grande di quanto qualsiasi israeliano (come già è accaduto ad altri
cittadini qualsiasi di paesi che hanno riposto la loro fiducia
nell'esercizio della loro supremazia militare) abbia mai potuto immaginare.
Tra le tante massime coniate da Von Clausewitz, quella meno ricordata è
l'affermazione per la quale la guerra è sempre un evento impredicibile, un
evento che è possibile pianificare, ma che ha sempre un esito assolutamente
indipendente dalle aspettative che l'hanno generata. Purtroppo pochi in
Israele riescono a capire che una guerra che li vede già vincitori potrebbe
scivolare nell'imprevisto e presentare loro un conto molto più salato di
quanto sarebbero stati disposti a pagare.
utente anonimo

#8   04 Maggio 2007 - 16:02
 
Cerco traduttori dall'inglese per due piccoli testi sul tema di Gaza.
utente anonimo

#9   05 Maggio 2007 - 23:35
 
manda:
khalas et gmail.com
utente anonimo

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