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venerdì, 14 settembre 2007

Tempo scaduto

di Ilan Pappe, Seconda conferenza annuale a Bil’in, 18 aprile 2007

[Una cosa un po' vecchia ma fondamentale, trovata oggi su infopal (ripresa da http://www.bilin-village.org/english/articles/conference2007/index2). Per ulteriori approfondimenti di quella conferenza, rimando al dibattito Pappe/Avnery già postato a suo tempo]

Giunti al 40° anno di occupazione e al 60° anno dalla Nakba, dobbiamo dire che il tempo è scaduto  E uno dei motivi principali per cui il tempo è scaduto è il fatto che noi siamo ancora incollati  allo stesso discorso che i moderatori di pace in questa area ci hanno propinato da dieci o quindici anni. Stiamo ancora parlando di soluzione due-stati  mentre dovremmo parlare di soluzione uno-stato. Stiamo ancora  parlando della possibilità che i rifugiati rinuncino al loro diritto al ritorno, mentre noi dovremmo insistere che i rifugiati  dovrebbero avere il diritto al ritorno. E  stiamo  ancora parlando di accordi parziali  mentre dovremmo parlare di  una soluzione globale  della questione palestinese.  Stiamo facendo tutte queste cose perchè alcuni di noi sembra pensino che questa è una posizione  pratica, efficace che avvicinerebbe la possibilità di una pace, come se tutto ciò che è accaduto negli ultimi 20 anni indicasse che questa è la via giusta per andare avanti.  Al contrario, noi dovremmo parlare un linguaggio diverso, dovremmo fissare altri obiettivi  e dovremmo incominciare a perseguirli oggi, prima che sia troppo tardi.    Il nostro punto di partenza, sia che si viva sotto occupazione, sia che si viva in esilio, sia che si viva in Israele o che si viva in qualsiasi luogo del mondo e si abbia a cuore la Palestina, il nostro punto di partenza è che questo paese è già un paese con uno stato  unico governato da un regime che ubbidisce a una ideologia che non concede ai palestinesi nessuna parte di questa terra sia che essi siano in esilio, sia che vivano a Bil’in, sia che vivano a Nazareth.  Da questo punto di vista noi siamo tutti  sotto il dominio  di un regime ideologico che lotta per imporre il dominio ebraico su tutto il territorio della Palestina, ed è disposto, almeno per  il tempo presente, ad accontentarsi  di differenti tattiche e mezzi di occupazione e di controllo del territorio. Ma la strategia è la stessa e l’ideologia è la stessa e quello che noi  dovemmo attaccare, affrontare è l’infrastruttura ideologica dello stato ebraico, la struttura ideologica del sionismo. Questa è la origine di tutte le scelte politiche: la politica del 1948 che portò alla pulizia etnica di tre quarti dei palestinesi; questa è l’ideologia  che ha prodotto le politiche dal 1967  fino a oggi ; e questa  è l’ideologia che guiderà in futuro le politiche  contro il popolo che vive  al di là del muro, contro il popolo che vive  nell’ area della grande Gerusalemme e anche contro i palestinesi che oggi sono cittadini della Stato di Israele, perché, come i più recenti indizi suggeriscono, qualche cosa di veramente importante sta cambiando nella politica verso questa minoranza, mentre noi parliamo. 

 

E questa ideologia è molto chiara e, infatti, a differenza di molti anni fa, l’elite politica ufficiale israeliana ora parla in modo esplicito di questa ideologia. L’elite politica israeliana è stanca di barcamenarsi fra il gioco della democrazia e l’attuale politica  di espropriazione etnica e razzista. Qualche cosa è accaduto nell’ultimo anno. Hanno rinunciato all’inerzia;  hanno rinunciato alla abilità di  barcamenarsi e di apparire in tutto il mondo come se vi fosse un dibattito reale in Israele fra impulsi democratici e una pulsione etnica e razzista.  Questo è ciò che realmente sta sul tavolo. Non vi è alcuna necessità di una de-costruzione  sofisticata per comprendere che  a questo punto l’elite politica israeliana  non sta più giocando una partita democratica. Essa sta realizzando gli ultimi capitoli della sua ideologia:  fare della Palestina  uno stato ebraico  con una presenza il più possibile ridotta di palestinesi. Se noi accettiamo che questa sia l’infrastruttura ideologica dello stato ebraico e se  accettiamo che questa infrastruttura ideologica ha prodotto le politiche di pulizia etnica nel passato e le politiche di pulizia etnica nel presente e nel futuro, noi non dovremmo parlare di un dialogo con lo stato ebraico. Noi non dovremmo parlare di una Roadmap, non dovremmo parlare di una iniziativa di Ginevra. Noi dovremmo parlare di come sconfiggere  questo regime ideologico sottoponendolo alla stessa pressione a cui   abbiamo sottoposto un altro spregevole  regime ideologico, quello del Sud Africa. Chi mai ha suggerito un dialogo in Sud Africa dell’apartheid fra sostenitori di un apartheid soft e sostenitori di un apartheid duro? Ovviamente, non vi era nessuna distinzione fra popolo dell’apartheid soft e popolo dell’apartheid hard. Non vi dovrebbe essere nessuna distinzione  fra sionismo soft e sionismo hard.  Entrambi  la pensano allo stesso modo circa il futuro. E’ arrivato il momento per il mondo di inviare un messaggio - e se le elite politiche  del mondo non sono capaci di farlo, che sia la società civile a farlo  - di inviare un messaggio a questo stato: “Nel secolo ventunesimo uno stato che si basa su questa ideologia non può essere accolto come membro della comunità delle nazioni civili.” 

E vi sono molti modi non violenti per inviare questo messaggio forte e chiaro allo Stato di Israele.  Noi esortiamo e  propugnamo l’uso del boicottaggio, del disinvestimento e delle sanzioni come il sistema migliore per lanciare agli israeliani il messaggio che noi riconosciamo l’infrastruttura ideologica dello stato, che noi sappiamo che non è questione di una politica o di un’altra, che noi sappiamo che è una questione che riguarda  la natura  dello stato, il suo statuto ideologico e che noi non accetteremo questo statuto ideologico nel 21° secolo. E io credo che vi siano già  correnti molto forti in occidente, in Inghilterra, negli Stati Uniti, e in altre parti, di moltissima gente - che non appartiene obbligatoriamente alla classe politica di  questi paesi - che dice:  “troppo è troppo”,  che sono disposti a accettare  l’idea, da un punto di vista umanitario, di impegnarsi per una lotta, come si sono impegnati contro il Sud Africa, contro l’Argentina, il Cile, gli Stati Uniti  - nel momento in cui questi paesi hanno perseguito politiche e sottoscritto ideologie che essi non accettavano.

Ci sono le persone, c’è l’esperienza storica, ci sono gli esempi storici. Probabilmente il solo ostacolo  che si frappone fra queste energie e una operazione molto efficace  è la paura, l’esitazione  di organizzazioni  molto importanti, e anche di individui, in occidente di essere dipinti come anti-semiti  a causa di una azione di questo genere. E io penso  che sia giunto il momento di  superare queste paure e queste esitazioni . In particolare mi aspetto che  in  Germania la gente si faccia avanti e dica che - proprio a  causa dell’Olocausto, proprio a causa di quanto avvenuto nella Germania nazista - io desidero sentire le voci morali in Germania che dicano : “Noi non possiamo tollerare  ciò che Israele sta facendo ai Palestinesi“,  ed essendo il paese più forte in Europa, la Germania guidi l’Europa a boicottare Israele fino a che non cambi le sue politiche.

E’ un lascito vergognoso permettere a Israele di fare ai palestinesi quello che i nazisti hanno fatto agli ebrei. 

Questo è veramente un vergognoso lascito del popolo tedesco  se esso resta  in disparte  e non fa nulla di fronte a tutto questo. E una accusa simile può facilmente essere rivolta ad altri settori della società europea. Così io penso che  noi dovremmo da qui incoraggiare  le persone a comprendere -  e con ciò io desidero: io credo che le persone dovrebbero comprendere che vi è una connessione fra il muro  dell’apartheid  e il muro che Israele sta costruendo presso Bil’in e la pulizia etnica  della Palestina del 1948  e le attuali misure persecutorie  che vengono prese contro i palestinesi all’interno di Israele e l’opposizione  israeliana al ritorno  dei profughi - queste sono tutte parti della stessa politica e della stessa ideologia. Supplico i miei amici palestinesi che non vedono questo  e permettono  che Israele distingua fra differenti gruppi di palestinesi  come se ci fosse una differente politica  israeliana nei confronti di diversi gruppi di palestinesi,  di non fare il gioco del popolo che vuole  espropriarli della Palestina, sia che essi vivano a Bil’in o che vivano a Jaffa o a Sakhnin in Galilea. Credetemi, io sono nato in questo paese.

Io sono un prodotto di questo sistema educativo - anche se non un prodotto di particolare successo di questo sistema educativo - ma lo conosco dall’interno. Gli israeliani non fanno distinzioni  fra differenti gruppi di palestinesi: gli israeliani non distinguono fra palestinesi buoni e palestinesi cattivi. Gli israeliani  non accetteranno una soluzione due-stati: non accetteranno una soluzione uno-stato. Non cesseranno l’occupazione e non accetteranno il diritto al ritorno; e nessuna cosa fate li convincerà  a fare una cosa o l’altra. Non faranno nessuna di queste cose se lascerete a loro il farla, ma se eserciterete pressioni  come avete fatto per il Sud Africa, allora faranno  ogni cosa e per  il bene non solo dei palestinesi ma per il bene degli ebrei che vivono in questo paese e soprattutto per il bene  degli ebrei  del mondo, che per anni disgraziatamente sono stati gli ambasciatori e le ambasciatrici di Israele - anche per riguardo al loro destino - questa pressione ci permetterà di vivere in riconciliazione e pace in questa terra santa.  

 

Traduzione e editing a cura di ISM-Italia, luglio 2007

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postato da: khalastin alle ore 10:19 | link | commenti
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