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lunedì, 09 luglio 2007

Abbas e il Fatah collaborazionista

[fotoreuters]

A coronamento di quanto detto qui e qui nei giorni scorsi, le dichiarazioni di qualche ora fa (concesse "in esclusiva" [sic.] a canali televisivi italiani, badate bene) da parte di Abu Mazen non giungono inaspettate: il discredito buttato su Hamas è completo e, a questo punto, la rottura definitiva.

"E' Hamas che protegge Al Qaeda", si spinge a dire ai microfoni del TG1 dell'ultrasionista Mimun - portavoce delle ansie israeliane - questo piccolo burattino mai così lontano dalle case del suo "popolo". E' il gioco di chi la spara più grossa, con Al Qaeda® sempre al vertice delle top ten di tutti gl spauracchi possibili. Ma una simile dichiarazione palesa al mondo intero che la sua posizione è realmente disperata, di chi è sul punto di perdere tutto oltre alla faccia, già persa da tempo.

Prima di addentrarci nel merito di una simile sparata, vediamo come procede la faida interna a Fatah per il controllo della West Bank descritta negli ultimi due post:

Una fonte politica palestinese di spicco ha rivelato l’esistenza di "colloqui accelerati all’interno di Fatah per ricostruire quanto è stato danneggiato in passato". 

La fonte ha chiarito che la priorità è "allontanare il deputato Mohammad Dahlan e il suo gruppo dalla guida del movimento di Fatah, perché la maggioranza è convinta che il nome di Dahlan è stato utilizzato apposta per eliminare il movimento di Fatah dalla scena politica palestinese".

La fonte ha parlato poi di un "clima di collera all’interno di Fatah per quanto accaduto il mese scorso nella Striscia di Gaza, e per la presa di potere da parte di Hamas - a causa della corrente 'collaborazionista' dentro Fatah (il deputato Dahlan, ndr)".
E ha proseguito: "L’intenzione ora è di togliere Dahlan dalla scena politica per far sì che Fatah torni a rappresentare il 40% del popolo palestinese e ad assumersi le responsabilità della prossima fase".

Ha inoltre sottolineato la necessità di limitare l’avanzamento politico islamico che "prelude alla trasformazione della Palestina in un qualcosa di simile a Kabul".
[da infopal]

Ma abbiamo visto che la corrente "collaborazionista" di Fatah ha già sganciato Dahlan come zavorra, forti di un supporto - "morale", logistico ed economico - extrapalestinese. E forti di un'estetica decisamente gradita all'occidente: giacca, cravatta, camicia. La "sobrietà" del cittadino americano Fayyad "nominato" Primo Ministro di un'Autorità Nazionale di uno stato che non solo egli non conosce affatto, ma che non esiste se non sul corpo di coloro che si dichiarano palestinesi in assenza del territorio che fu loro usurpato. E che non si sentono rappresentati da un "alieno" come Fayyad, a colloquio con la razzista Livni. La "compostezza" di un Abbas, pronto a stringere la mano di Olmert mentre a Rafah il valico resta chiuso anche e soprattuto per causa sua, provocando scene molto meno composte.

Mentre Abbas sventola la minaccia quaedista sui nasi dei media occidentali per giustificare le sue manovre antidemocratiche, apprendiamo che "colloqui accellerati" tra le fila del suo partito, quelle che ancora hanno contatto con il territorio presumibilmente, spingono verso qualcosa di nuovo.

L'esclusione di Dahlan non può che farci piacere, ma sarebbe ora che il resto dei Martiri di al-Aqsa e dei gruppi armati legati a Fatah, almeno tra coloro che hanno costituito un'esempio, inefficiente ma molto spesso genuino, di resistenza si stacchi definitivamente dalla corrente apertamente collaborazonista del partito, quella di Abbas/Fayyad, per mettere in piedi un movimento politico nuovo. Per ridare ai palestinesi la partecipazione che hanno perduto, che è stata loro sottratta dalle dinamiche dell'occupazione e dallo specchietto per le allodole dell'ANP.

Che a questo punto, per evitare ulteriori danni, andrebbe sciolta nella polvere della storia.

PS. Magari secondo qualcuno i militanti non sono/sarebbero in grado di fare questo ragionamento. Giova allora ricordare una dichiarazione illuminante rilasciata da Zakaria Zubeidi a Steven Erlanger del New York Times in un articolo del 12/3/2007:

“It was always our choice to be fuel for the struggle,” he [Zubeidi, n.d. me] said. “But our problem now is that the car burns the youth as fuel but doesn’t move. There’s a problem in the engine, in the head.
These kids are willing to be fuel, but many have been burned as waste.”
Mr. Zubeidi was a hero of the first intifada. “When I was younger I thought, ‘if I die, that’s natural, it’s for a cause,’ ” he said. “And today I think differently. To die? For what? For these people who can’t agree? That’s what this generation fears.
It’s lost, and its sacrifices are meaningless. Is the Palestinian dream dying? In these circumstances, yes.”
Più chiaro e onesto di così c'è ben poco. 


 

Due articoli di oggi:

Romano Prodi: il crepuscolo morale dell'Europa - di Gianluca Bifolchi
Noi e la Palestina, una dichiarazione d'intenti - di Hamza Piccardo
Hamas Briefing - Conversazione con Husamah Hamdan del 19 giugno (resa pubblica il 9 luglio)


postato da: khalastin alle ore 23:49 | link | commenti (7)
categorie: storiella, gaza, fandonie, mentecatto, news da israele, politica palestinese, dentro fino al collo, zakaria zubeidi
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